Quel figo di Varoufakis, gli inghippi di Tsipras e Hollande (che è vivo)

Il pagellone fogliante della settimana politica - di Lanfranco Pace
7 AGO 20
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ELLENICA 1
Non posso parlare male di Varoufakis, Alessandra Sardoni non me lo perdonerebbe e io a lei tengo assai. Piace il greco alle donne, molte dicono che è un gran fico. Incarna l’idealtipo di Alba Parietti quando stava con Stefano Bonaga e faceva sapere che le piacevano uomini con fisico da camionista e cervello da filosofo. Ora Varoufakis non guida il camion, va in motocicletta, è un economista studioso della teoria dei giochi, la branca più difficile, quella a informazione incerta e a somma diversa da zero, il che è pur sempre tanta roba, il guaio è che l’hanno fatto ministro e qualche conseguenza c’è stata. Lui ha giocato, fatto l’inguacchio e tolto il disturbo, con Kawasaki e bella moglie al seguito. Consapevole di avere fatto terra bruciata intorno a Tsipras in ogni sede europea, spiega che ha mollato per favorire la ripresa dei negoziati ma non è stato convincente. Più che a un raffinato gioco a somma non nulla, sembra che abbiano fatto il gioco delle tre carte e dei due compari. Poco marxista e molto trozkista è destinato a brillante carriera come relatore in circoli e consessi alternativi, ce lo sorbiremo ancora per qualche anno, un nuovo Piketty con in più il fascino della prova provata e senza le responsabilità dello “sgoverno”: voto 9 per come si costruisce un’immagine e una carriera (ancora sette mesi fa era un perfetto sconosciuto se non in ambito universitario), 1 per come si sta alla testa di un paese e 0 per come si sta seduti a un tavolo negoziale.
ELLENICA 2
Hollande è vivo. Se Atene resta in eurozona, lo si dovrà anche al presidente francese che ha mandato suoi uomini di fiducia a rivedere e rimpolpare l’elenco degli impegni su cui il primo ministro greco si gioca tutto. La cosa è in sé meritoria ma quanto meno surreale: la Francia è il paese europeo più restio a prendere impegni per il presente e il più lesto a rinviare tutto a un prossimo futuro, insomma non fa però sa e quindi è giusto che insegni: 8 per il garbo istituzionale e 4 per la pigrizia nazionale
ELLENICA 3
Tsipras ha preso un abbaglio politico con i fiocchi. Nel migliore dei casi dovrà accettare un piano con 4 miliardi di tagli in più rispetto a quello bocciato dal referendum (12 anziché 8). Siede al tavolo delle trattative dell’ultima speranza in posizione di maggiore debolezza e non di maggiore forza. Dovrà accettare la frattura nel proprio elettorato, probabilmente la spaccatura in Syriza e disarticolare il blocco sociale su cui si è retto il patto tra comunisti e destra nazionalista, armatori e lobbie militari compresi. Chiederà al parlamento di votare sì con argomenti decisamente opposti a quelli che aveva usato per far vincere il fronte del no. Insomma un gran casino per nulla. E non si dica che è stato fatto per la democrazia: che è forma certo ma anche sostanza e materia. Il grande leader della nuova Europa, fatta finalmente dai popoli contro i mercati, le banche e il neoliberismo, di cui uno scintillante Carlo Freccero annunciava per l’indomani uno storico discorso davanti al parlamento di Strasburgo, non esiste: c’è invece un uomo visibilmente impaurito, infilatosi in un gioco più grande di lui da cui potrà uscire solo grazie alla non inimicizia di Francia e Italia. Voto 5, il suo pallore è commovente, si vede che sono molte notti che non dorme.
MONETA
Matteo Salvini nell’ultimo Ballarò ha tirato fuori un biglietto da 10 euro per mostrare come è fatto il male, sottintendendo tutto il rimpianto popolare e suo per una buona, vecchia diecimila lire del vecchio conio. Conduttore e ospiti in studio sono pure sembrati d’accordo. Ecco una cosa così è solo scema e non perché non si possa uscire dall’euro: come la rigiri e qualunque essa sia, che sia povera o ricca, debole o forte, euro o dracma o lira, la moneta non è un semplice pezzo di carta filigranata, è l’equivalente generale delle merci e in quanto tale un concentrato di rapporti di forza, favorevoli agli uni ma sfavorevoli agli altri, insomma la moneta è sempre violenza. Anche quando si presenta con l’aria dimessa della vecchia lira: non c’erano forse squilibri e ineguaglianze indotte dall’inflazione galoppante, non c’erano ceti sociali avvantaggiati e altri svantaggiati anche quando eravamo sovrani monetari in patria? E i papà dei Salvini e delle Meloni non avrebbero preferito allora una moneta più forte che li avesse messi al sicuro? Solo un uomo ha provato ad eliminare la violenza della moneta e ha pensato che il problema andasse risolto alla radice meglio ancora se eliminando chi continuava ad usarla: era il capo dei khmer rossi, tenne per un po’ il potere in Cambogia e si chiamava Pol Pot. Diciamo. Allora che Salvini, Meloni, Brunetta la smettano con questa ossessione contro l’euro che nei nostri confronti non è più né meno responsabile di quanto fosse la lira. Tant’è che fino al 2008 non si sentì un fiato. Per ora dunque voto di gruppo 4, media tra il 5 di Salvini e Meloni che devono ancora studiare e un 2 a Brunetta che invece ha studiato tanto e perciò bara fisso. Non succederà, ma se, pertinianamente cioè per dannata ipotesi si dovesse tornare alla lira e fra un tot d’anni starete ancora lì a caccia di una nuova moneta per aggiustare l’economia, se sarò ancora vivo verrò sotto casa vostra.
ALLEGRA BRIGATA